Cose da vedere all’Orangerie

febbraio 3, 2007 in Viaggi e Turismo da Stefano Mola

Il Musée de L’Orangerie è a Parigi. Ci puoi arrivare dalla spianata obeliscata di Place de la Concorde, varcando i cancelli dorati che introducono alle Tuileries, salendo a destra, sulla rampa che poi guarda verso la Senna. Oppure ci puoi arrivare dalla Piramide del Louvre, attraversando l’ampio spazio verde dei giardini delle Tuileries stesse, camminando tra le statue di Maillol. Da ogni parte tu ci arrivi, hai fatto bene. Ecco che cosa puoi vedere. Una mostra, fino al 5 Marzo. Un’altra cosa, sempre. Ti accompagno.

LES PEINTRES DE LA RÉALITÉ.

De La Tour - LReplica quasi esatta di una mostra tenutasi nel 1934. La réalité. Opere Georges de La Tour, dei fratelli Le Nain, di Valentin, Tournier, Bourdon, Rivalz, degli specialisti delle nature morte, quali Baugin et Linard. Tra le due guerre, una specie di idea rassicurante. La réalité. La vita quotidiana, oggetti, la religione. Il mondo senza rivoluzione. L’aspetto interessante di questa riprosizione è che la rivoluzione era già tutta lì. Prendiamo un quadro di de La Tour, Le Tricheur, e un quadro analogo di Balthus. Lo stesso concetto, o quasi. Perché nel 2006, il museo accosta ai dipinti del passato quelli che, nella vicina contemporaneità, presentano delle assonanze. Ma qui ci interessa parlare dell’artista che ci ha colpito di più. Georges de La Tour.

Se in Caravaggio la luce è squarcio, una irruzione violenta, contrasto e lotta con il buio, manicheismo, in de La Tour la luce è portata all’estremo delle sue conseguenze simboliche. Un’apparizione, quasi svincolata dalla sorgente. Più che provenire da una qualche direzione, si appoggia sulle figure, ne diventa quasi un proprietà. Mi viene da dire che la luce sceglie una figura, facendone un’apparizione, qualcosa di diverso da tutti gli altri elementi del quadro, proiettandola in una dimensione ultra-umana. Prendiamo per esempio L’Apparition de l’ange à Saint Joseph. Il braccio destro dell’angelo bambino si protende verso il santo, le dita della mano esitanti, quasi a sfiorarne la barba. Il braccio è a malapena un silhouette, nasconde la luce della candela che a malapena si intuisce. Bellissima è la posizione della mano sinistra, al di sopra della candela, come a impedire che la luce si propaghi, il palmo rivolto verso il basso, le dita leggermente ripiegate verso l’alto, come un invito lasciato a metà, un invito a librarsi in aria, forse. Un allusione a qualcosa di esterno al quadro, che ritroviamo anche nello sguardo, leggermente laterale. È come se l’angelo pensasse: ho fatto quello che mi era chiesto, sono arrivato qui, ma lui dorme, forse non era pronto. Il tutto con una delicatezza e una dolcezza esitanti. Viene da pensare che spesso il miracolo della vita è accanto a noi, ma non sempre siamo pronti ad accoglierlo.

De La Tour - Irene et Saint SebastienIl viso dell’angelo è bellissimo, è una luce che pare provenire da fuori del quadro, visto che la candela è praticamente nascosta. È come se la luce non potesse avere profondità, come se non potesse staccarsi dalle superfici corporee. Allora, implicitamente, è come se venisse da dentro. Non è difficile pensare che la luce provenga da dentro l’angelo, da sotto la pelle, invece che arrivare dalla candela.

Questa proprietà della luce, trattenuta, materica, confinata all’interno dei corpi dal campo di forza del buio che li circonda, è forse ancora più evidente nel San Sebastiano compianto da Sannt’Irene. Guardiamo la fiamma della fiaccola: ha la consistenza plastica di un drappo. Non pare qualcosa in grado di spandere la luce attorno. Qui i profili sono così asciugati dalla luce pastello che sembrano perdere di corporeità, divenire astratti. C’è un dolore intenso, ma composto, come proiettato in una prospettiva più alta. Un dolore trasfigurato, distillato nella perfezione assoluta dell’unica lacrima che non pare scendere ma essere semplicemente appoggiata sulla gota di Sant’Irene. Impressionante è anche la delicatezza del gesto con cui regge il polso di San Sebastiano. Pare voglia sentirgli il battito, più che impedirgli di sprofondare il pugnale nel corpo, quel pugnale che proietta un’ombra come una meridiana.

Musée de l’Orangerie

Fino al 5 Marzo 2007

MONET. LE NINFEE

Orangerie - Sala NinfeeC’è un lieve piano inclinato, che introduce in un qualcosa che potrei definire una chicane. Una curva e una controcurva, un sifone architettonico, nudo, bianco. Un motivo in grado di marcare una separazione, una discontinuità breve ma sensibile. Poi si entra in una sala ellittica, molto grande, dalle pareti bianche. Lì dentro, ci sono le ninfee di Monet. Lì, e nella sala gemella, al fondo. Al centro, delle panche grigie, anch’esse disposte ellitticamente. Mi siedo. Penso che non ho mai davvero riflettuto sulle ninfee di Monet. Le ho sempre guardate distrattamente, credo. Ora sono lì, tutte intorno a me. Dipinti enormi. Scenografie. Costruiscono uno spazio. Inizio a chiedermi che cosa ci possa essere nella testa di qualcuno che a un certo punto della sua vita decide di dipingere sempre lo stesso soggetto, nelle sue variazioni di colore e stagionali. Un’attenzione infinita. Uno sguardo così attento da finire per dissolversi entro ciò che si osserva. Se lo sguardo e l’oggetto si compenetrano, se questo non è più davvero esterno, non può essere visto nel senso che normalmente diamo a questa parola. Forse è anche per questo motivo che i contorni sono così sfumati. È come se chi guarda fosse lui stesso all’interno di una vibrazione acquatica. Oppure come se lo sguardo fosse rimasto fermo così a lungo da registrare per sovrapposizione tutti gli infiniti impercettibili movimenti di una superficie d’acqua e dei fiori che ci galleggiano su. Come una fotografia con un tempo di esposizione lunghissimo. Mi verrebbe da dire un annullamento orientale. Oppure una pace trovata, finalmente. Non c’è più niente da chiedere, ma non per sfinimento, per perdita di gusto della vita, ma per l’assenza dell’indefinito languore del desiderio. Non c’è più niente da chiedere forse perché quello che voglio davvero è quello che ho, questo stagno che ho davanti a me, adesso. Questo stagno e queste ninfee. Ho bisogno soltanto di stare qui e guardarle, prendere i colori, uno dopo l’altro. Il tempo passa e non me ne accorgo più. Io sono l’acqua, e i fiori, e la mia mano che prende il pennello, e la tavolozza. Io sono uno sguardo che diventa un gesto che disegna una sguardo.

di Stefano Mola