Cesare Pavese e il profumo del sudore

gennaio 2, 2003 in Sudate Carte da Stefania Martini

33005(1)Nelle poesie dello scrittore piemontese, profondamente legato al paesaggio pieno di campi della sua Langa, spesso il sudore è associato ad un profumo che si spande al sole.

La puttana contadina

La muraglia di fronte che acceca il cortile

ha sovente un riflesso di sole bambino

che ricorda la stalla. E la camera sfatta

e deserta al mattino quando il corpo si sveglia,

sa l’odore del primo profumo inesperto.

Fino il corpo, intrecciato al lenzuolo, è lo stesso

dei primi anni, che il cuore balzava scoprendo.

Ci si sveglia deserte al richiamo inoltrato

del mattino e riemerge nella greve penombra

l’abbandono di un altro risveglio: la talla

dell’infanzia e la greve stanchezza del sole

caloroso sugli usci indolenti. Un profumo

impregnava leggero il sudore consueto

dei capelli, e le bestie annusavano. Il corpo

si godeva furtivo la carezza del sole

insinuante e pacata come fosse un contatto.

L’abbandono del letto attutisce le membra

stese giovani e tozze, come ancora bambine.

La bambina inesperta annusava il sentore

del tabacco e del fieno e tremava al contatto

fuggitivo dell’uomo: le piaceva giocare.

Qualche volta giocava distesa con l’uomo

dentro il fieno, ma l’uomo non fiutava i capelli:

le cercava nel fieno le membra contratte,

le fiaccava, schiacciandole come fosse suo padre.

Il profumo eran fiori pestati sui sassi.

Molte volte ritorna nel lento risveglio

quel disfatto sapore di fiori lontani

e di stalla e di sole. Non c’è uomo che sappia

la sottile carezza di quell’acre ricordo.

Non c’è uomo che veda oltre il corpo disteso

quell’infanzia trascorsa nell’ansia inesperta.

L’istinto

L’uomo vecchio, deluso di tutte le cose,

dalla soglia di casa nel tiepido sole

guarda il cane e la cagna sfogare l’istinto.

Sulla bocca sdentata si rincorrono mosche.

La sua donna gli è morta da tempo. Anche lei

come tutte le cagne non voleva saperne,

ma ci aveva l’istinto. L’uomo vecchio annusava

non ancora sdentato, la notte veniva,

si mettevano a letto. Era bello l’istinto.

Quel che gli piace nel cane è la gran libertà.

Dal mattino alla sera gironzola in strada;

e un po’ mangia, un po’ dorme, un po’ monta le cagne:

non aspetta nemmeno la notte. Ragiona,

come fiuta, e gli odori che sente son suoi.

L’uomo vecchio ricorda una volta di giorno

che l’ha fatta da cane in un campo di grano.

Non sa più con che cagna, ma ricorda il gran sole

e il sudore e la voglia di non smettere mai.

Era come in un letto. Se tornassero gli anni,

lo vorrebbe far sempre in un campo di grano.

Scende in strada una donna e si ferma a guardare;

passa il prete e si volta. Sulla pubblica piazza

si può fare di tutto. Persino la donna,

che ha ritegno a voltarsi per l’uomo, si ferma.

Solamente un ragazzo non tollera il gioco

e fa piover sassi. L’uomo vecchio si sdegna.

Tradimento

Stamattina non sono più solo una donna recente

sta distesa sul fondo e mi grava la prua

della barca, che avanza e fatica nell’acqua tranquilla

ancor gelida e torba del sonno notturno.

Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole

di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta

dopo molti sussulti mi sono cacciato

nel Sangone. «Che sogno», ha osservato colei

senza muovere il corpo supino guardando nel cielo.

Non c’è un’anima in giro e le rive son alte

e a monte più anguste, serrate di pioppi.

Quant’è goffa la barca in quest’acqua tranquilla.

Dritto a poppa a levare e abbassare la punta,

vedo il legno che avanza impacciato: è la prua che sprofonda

per quel peso di un corpo di donna, ravvolto di bianco.

La compagna mi ha detto che è pigra e non s’è ancora mossa.

Sta distesa a fissare da sola le vette degli alberi

ed è come in un letto e m’ingombra la barca.

Ora ha messo una mano nell’acqua e la lascia schiumare

e m’ingombra anche il fiume. Non posso guardarla

– sulla prua dove stende il suo corpo – che piega la testa

e mi fissa curiosa dal basso, muovendo la schiena.

Quando ho detto che venga più in centro, lasciando la prua,

mi ha risposto un sorriso vigliacco: «Mi vuole vicina?»

Altre volte, gocciante di un tuffo fra i tronchi e le pietre,

continuavo a puntare nel sole, finch’ero ubriaco,

e approdando a quest’angolo, mi gettavo riverso,

accecato dall’acqua e dai raggi, buttato via il palo,

a calmare il sudore e l’affanno al respiro

delle piante e alla stretta dell’erba. Ora l’ombra è estuosa

al sudore che pesa nel sangue e alle membra infiacchite,

e la volta degli alberi filtra la luce

di un’alcova. Seduto sull’erba, non so cosa dire

e m’abbraccio i ginocchi. La compagna è sparita

dentro il bosco dei pioppi, ridendo, e io debbo inseguirla.

La mia pelle è annerita di sole e scoperta.

La compagna che è bionda, poggiando le mani

alle mie per saltare sul greto, mi ha fatto sentire,

con la fragilità delle dita,

il profumo del suo corpo nascosto. Altre volte il profumo

era l’acqua seccata sul legno e il sudore nel sole.

La compagna mi chiama impaziente. Nell’abito bianco

sta girando fra i tronchi e io debbo inseguirla.

di Stefania Martini