Campiello 2002

settembre 22, 2002 in Libri da Stefano Mola

31636(3)Il vincitore

Iniziamo subito con la non notizia (nel senso che probabilmente l’avrete già saputo, dalla radio, dalla televisione, dai giornali): Sabato 14 Settembre ha vinto il Campiello 2002 Franco Scaglia con “Il custode dell’acqua” (Piemme, e qui mettiamo un po’ di orgoglio campanilistico per la casa editrice di Casale Monferrato). Ma tutto questo è successo dopo le 21:00. Vuol dire che c’è dell’altro? Si. Ecco la giornata del TraspInviato al Campiello (dei libri abbiamo fatto tutte le recensioni, troverete i link in fondo a questo pezzo.

La conferenza stampa

Ore 11:00. Palazzo Labia, al fondo del canale di Cannaregio, facciata bianca leggermente annerita, coi mascheroni sopra le finestre, l’approdo marcato dai pali bianco-azzurri che sembrano dolciumi fuori moda ricchi di coloranti: insomma, proprio Venezia. Accoglienza dell’ufficio stampa del premio: cortesia, precisione, sorrisi. Registrazione. Poi, il salone, tutto affrescato dal Tiepolo. E qui è ancora più Venezia, perché l’affresco è un po’ tromp d’oeil, colonne e personaggi che si sporgono da dietro, insomma scenografia, quindi teatro, finzione. Venezia stessa non è forse scenografia, luogo per antonomasia del carnevale? Non sarà mica vera quella quinta di case lassù sul mare, dove dovrebbe esserci solo acqua? Al tempo stesso il tromp d’oeil è volontà di trascendere il limite della superficie piana, come Venezia è volontà di andare oltre il limite dell’acqua, la sospensione impossibile del peso al di sopra della massa liquida, come il carnevale è volontà di andare oltre i ruoli della vita. E Tiepolo non è il pittore di vertiginosi affreschi sui soffitti, dove magari carri tirati da cavalli emergono da sopra le nuvole, anch’essi miracolosamente sospesi sul soffice nulla, così come i palazzi sembrano esserlo sull’acqua dei canali (mi sono lasciato prendere la mano, lo so, ma inaspettatamente mi è venuta la Tiepolite visitando Ca’ Rezzonico nel pomeriggio).

Sopravvisuto alla sindrome di Stendhal, ecco la conferenza stampa, gli autori schierati, il presidente della giuria l’archiTetto Gregotti. Dopo il benvenuto di Luigi Rossi Luciani, presidente dell’associazione industriali del Veneto (mecenati del premio)…

Il campiello giovani

La prima cosa che succede è infatti la proclamazione del vincitore del Campiello Giovani. Premio riservato a chi, avendo tra 15 e 20 anni, invia un racconto di massimo 40 cartelle su argomento a piacere. I 5 migliori vengono pubblicati in un volume. Mi sembra una cosa molto bella. Un libro. Magari poi uno farà altro, chissà, però ci saranno sempre delle pagine da sfogliare per ritrovare le proprie parole fissate lì. Deve fare una discreta emozione vederle passare dai fogli di una stampante a quelli regolari, ufficiali, legalizzati, di un libro vero, che chi vuole può comprare nelle librerie. E tra i cinque, uno ovviamente vince. Come un anno fa, una vincitrice. Quest’anno, la veronese Emmanuela Carbé, con “Sconcerto in quattro tempi”, storia di un amore inconfessato tra un ragazzo e una violinista. Se l’anno scorso ero rimasto perplesso (il pezzo migliore era per me “Finali” di Eleonora di Napoli) la scelta fatta sabato dalla giuria presieduta da Lorenzo Mondo mi convince pienamente. Un racconto decisamente superiore agli altri per abilità di costruzione e struttura (è articolato in quattro parti, come in genere le sinfonie), per la capacità di immedesimarsi in un personaggio maschile dandogli un tocco di autoironia pur nelle sue pene d’amore, e per quella di rendere questi amori incofessati cui siamo andati incontro in molti (e che abbiamo dolorosamente mascherato da amicizie). Mia altra menzione: “La bottega dei profumi” di Eva Bugelli, per aver descritto in modo delicato e appassionato una vicenda di attrazione omosessuale (anche se il colpo di scena finale si intuisce un po’ troppo in anticipo).

La conferenza stampa?

Si, ora ci arrivo. Parte Vittorio Gregotti, che definendosi ironicamente “muratore”, coerentemente ha parlato del premio come di una sezione nel panorama della letteratura italiana. Ha lamentato, al di là del buon livello medio, una mescolanza ambigua, una pericolosa continuità della letteratura con altro, sotto l’influenza della cultura visiva. Dopo che ciascuno dei finalisti ha speso due parole per presentarsi, la domanda inevitabile: come sta la letteratura italiana? Calaciura, che già nel suo intervento precedente aveva rivendicato per il suo libro una idea forte della letteratura come riconquista di un senso della parola quasi epico, ha indicato un limite nella fuga dalla realtà, a suo giudizio propria della cultura italiana nel suo complesso. Marani, che vive all’estero e fa il traduttore per l’Unione Europea, vede un problema più che nello stato della letteratura nel malessere della lettura rispetto ad altri paesi europei dove il libro è ancora una colonna portante. Marinelli invece ritiene che si scrivano molti buoni libri e coraggiosi, spesso però liquidati in poche parole, con scarsa possibilità di arrivare alla gente (di qui l’utilità dei premi letterari). Orengo osserva che il “mestiere” medio, la tecnica di chi scrive è migliorato: poi il talento, è un’altra cosa. Scaglia concorda sul buon livello medio ma lamenta una difficoltà di imporre all’estero i nostri libri, così come avviene per il cinema e il teatro. E noi? Facciamo fatica a pensare a questi nomi collettivi, alla Letteratura Italiana, una specie di enorme collina semovente fatta di tutti i libri scritti dalla notte dei tempi in lingua italiana, una collina geologica, che si innalza in strati, uno ogni anno. Immagine informe e un po’ inquietante: pur sapendo che nessun libro è un’isola, preferiamo pensare ai singoli libri, cercare quelli che crediamo ci possano piacere.

Menzioni speciali:

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  • Nico Orengo a proposito del titolo del suo libro: “La curva del Latte” è anche quella curvatura della superficie liquida a contatto con il pentolino, ancora apparentemente immobile, mentre tutto sotto ribolle (spegnere subito il gas, comunque, dopo è inutile piangere). Potenza evocativa delle immagini: il romanzo è tutto lì, il racconto di un anno, 1957, in cui tutto sembra apparentemente uguale mentre le cose stanno cambiano in modo decisivo.

  • Diego Marani (1): i libri non sono al servizio di niente e di nessuno, scrivere è un fatto privato, non politico, e non si esprime niente su ordinazione. Perché allora bisognerebbe chiedere che cosa hanno fatto gli imbianchini per l’11 settembre, secondo me non hanno fatto niente (in risposta a una classica domanda su impegno e letteratura)

  • Diego Marani (2): la lingua vive da sé e risponde prima di tutta alla funzionalità. Parlare di lingua pura equivale a parlare di razza pura. Bar sport, ad esempio, è italiano puro. Ho un atteggiamento biologico verso le lingue, il risultato si vede sempre dopo: l’importante è evitare che ci siano barriere e che non si vada verso una lingua unica (in risposta a una domanda sulla penetrazione dell’inglese nell’italiano)

    Il pomeriggio

    Lo so che non c’entra molto, ma ho visitato Ca’ Rezzonico. Il Campiello è anche Venezia. Presa la Tiepolite (vedere sopra).

    La cerimonia

    Palazzo Ducale (voto: hors categorie) sotto il cielo sereno e la luna. Luci, smokings, dame in abito da sera. Un GEM (Grande Evento Mondano). Il TraspInviato in grigio chiaro un po’ si sente out of fashion. Augias che spiega le esigenze della registrazione RAI (impeccabile per tutta la serata, soprattutto perché dimostra di aver letto con attenzione tutti i libri finalisti; voto: 8). Sarah Felberbaum in spacco inguinale parte con tre papere in due parole e non si risolleva più, sembra scolarescamente leggere poesie senza accorgersi che possono
    esserci degli a capo improvvisi, inciampa sulle parole (voto: 4. Il pieghevole di sala ci avverte che sta scrivendo il suo primo romanzo: per scaramanzia non sarebbe stato meglio aspettare prima di dare l’annuncio?). Premio Speciale della giuria a Michel Tournier (autore tra gli altri di “Venerdì, o il limbo del pacifico”). Ogni autore viene introdotto da un filmato in cui presenta il suo libro. Menzione speciale per Marani che nel suo ha cantato “Romagna Mia” nel miscuglio di lingue europee da lui inventato e battezzato Europanto. Citazioni: Romagna meine, Romagna in flowers (eccetera. Voto: 9).

    Momenti di spettacolo: il coro del teatro La Fenice interpreta uno dei Péchés de Viellesse di Rossini, Amaya Ugarteche e Giovanni Patti, dell’Arena di Verona, il Gran Pas de Deux dal Don Chisciotte si Minkus, Il Teatro Stabile del Veneto un brano da Viaggio a Venezia, tratto da Hoffmansthal (il migliore tra i tre, per i costumi, per aver usato Palazzo Ducale stesso come scenografia, molto suggestivo, grande Ugo Pagliai). Infine, l’innovazione dei voti via SMS (Telecom partner tecnologico). Ne arrivano 272 (e i 28 che mancano per arrivare a 300, che è il numero dei giurati, dove sono finiti?). Classifica: Scaglia 84, Marinelli e Orengo 64, Marani 47, Calaciura 13 (momento di disappunto del TraspInviato che tifava per Orengo e Marani). Poi, buffet (voto: 9), e anche le ragazze del Campiello possono sbarazzarsi dai panneggi tipo vestale a striature verde improbabile (voto 9 alle ragazze dell’ufficio stampa, per i motivi già illustrati prima; ai vestiti, 5).

    Le recensioni dei 5 finalisti

  • Franco Scaglia, Il custode dell’acqua

  • Giancarlo Marinelli, Dopo l’amore

  • Nico Orengo, La curva del Latte

  • Diego Marani, L’ultimo dei Vostiachi

  • Giosué Calaciura, Sgobbo

    di Stefano Mola