C’era una volta in Corea

novembre 21, 2001 in Spettacoli da Redazione

Il titolo lo rubiamo a Stefano Della Casa che etichettò in questo modo “Chingu – Friends” di Kwak Kyung-taek alla presentazione del Festival di un paio di settimane fa. L’opera coreana che ha strappato l’applauso più lungo del festival ha veramente parecchie analogie con il capolavoro di Sergio Leone. Il paragone regge, il ritmo è superiore all’originale e gli attori sono di una bravura eccezionale. Joon-suk, Dong-su, Sang-taek e Joong-ho sono quattro amici nella Pusan del ’76. Crescono assieme ed imparano insieme la legge della strada. Il destino li porterà lontani, fino a quando Joon-suk e Dong-su non si scontreranno essendo divenuti due capi di bande rivali.

Forza, vigore, coesione, gusto per l’immagine, senso della narrazione, il regista ha un ottimo bagaglio e riserverà qualche buona sorpresa in futuro. Siamo convinti che Hollywood non tarderà a mettergli gli occhi addosso.

“Benzina” di Monica Stambrini è l’altro film in concorso che abbiamo visto per voi. Le protagoniste Stella (Maya Sansa) ed Eleonora (Regina Orioli) sono due ragazze innamorate che gestiscono una pompa di benzina con bar. La loro relazione omosessuale non è ben vista dalla madre di Eleonora (Mariella Valentini) che in una discussione viene accidentalmente uccisa da Stella. L’incidente è solo l’inizio di una peregrinazione notturna piena d’imprevisti. Diciamo subito una cosa: il film non vincerà il concorso dei lungometraggi. La storia è anonima, nello stile non c’è né tradizione, né sperimentazione. Si parte insoddisfatti e si resta insoddisfatti. E poi, un po’ d’attenzione! In una delle scene “cruciali” le due ragazze portano il cadavere della madre in una discarica. La macchina da presa si sofferma sulla povera donna che… respira!!! E deglutisce addirittura!!! Possibile che un errore del genere sia sfuggito sia alla regista che alla montatrice?

“Cecilia” di Antonio Morabito è un piccolo ritratto di famiglia borghese che scivola in un grottesco sempre più corrosivo. La sceneggiatura è buona, si ride di gusto, alcune trovate sono singolari, specie in un panorama come quello italiano poco avvezzo a frequentare il grottesco.

“Pout” di David Duponchel è un cortometraggio sul senso di colpa in un bianco nero splendido in cui è più semplice delineare quelle che sono le zione d’ombra della natura umana.

“Harvard Man” conferma la vena di James Toback ormai divenuto un amico del Festival di Torino. C’è un po’ di autobiografia nel personaggio di Alan Jensen. Anche Toback andava all’Università di Harvard ed ha ammesso di aver fatto uso di droghe pesanti in gioventù. Il protagonista deve raccogliere 100.000 dollari affinché i suoi genitori possano ricostruirsi la fattoria distrutta da un uragano. Per farlo decide di truccare un match riscuotendo tramite la sua fidanzata (figlia di un boss della mala) i soldi delle scommesse. Sarà l’inizio di un’avventura da incubo, specie dopo l’ingerimento delle pasticche di Lsd preparategli da un amico. Il film incomincia con tutte le consuete anomalie dei lavori di Toback e le accelera nelle seconda parte, quella del trip.

di Davide Mazzocco