C’è qualcosa che pesa nell’aria

ottobre 19, 2002 in Spettacoli da Redazione

32204(1)Venerdì 11 ottobre, presso la cooperativa In/contro di via Mantova la compagnia del Barrito degli Angeli porta il peso dell’aria e la leggerezza del risibile (e non) tra vino e sangue, storie surreali e legami latenti. L’intenzione della compagnia è quella di trovare quella parte di cielo dove l’aria è più pesante, dove si va dopo la morte o dove si giunge in volo per bruciare. Sono narrazioni nate dal nulla, davanti ad una bottiglia di barbera, accompagnate dagli interventi musicali di Stefano Poirino ed Ivan Pisino ed intervallate da canti e balli popolari, spesso eseguite in dialetto dai bravi Giuseppe Rizzo e Delfina Arcostanzo, con la funzione di anelli di congiunzione tra i diversi interventi della pulriennale compagnia.

Si avvicendano pezzi dal Woyzeck, spettacolo già rappresentato dal Barrito degli Angeli allo Juvarra questa primavera, e relazioni tra cielo e terra di due amanti contrastanti, rivelazioni tragicomiche sulla natura delle nuvole e l’esordio davanti ai parenti di un poeta asceso agli inferi, la storia di un falegname greco (interpretata dalla brillante Silvia Limone) e il viaggio in fuga dalla morte di un barbone dei Murazzi. Il tutto viene legato dal passaggio di un testimone, alcune monete, scambiate nell’avvicendarsi delle narrazioni che restano legate all’ambiente della serata, tra i tavoli imbanditi di cibo e vino rosso. Sono storie di personaggi fatti di carne ed ossa, di convinzioni e sogni che li portano a solcare quella parte di cielo più pesante dove è possibile bruciare, dove si può evadere e pescare le parole adatte per dare voce al peso di ciascuno, dove il tragico diventa comico ed il risibile è pianto.

E proprio per questo gli attori possono dimenticare di essere simbolo e smascherare il loro ruolo, invertendo addirittura il consueto rapporto teatrale con il pubblico quando Marco Gobetti, autore della maggior parte dei testi interpretati nella serata, e Fulvio Abbracciavento restano per alcuni minuti immobili e muti ad osservare gli spettatori messi di fronte al loro ruolo ora invertito. Il teatro della compagnia del Barrito degli Angeli, come spiega Marco Gobetti, si fonda infatti su un “surrealismo utile” dell’ambiguità necesaria dell’attore che si trova sempre in posizione di disequilibrio nell’espressione, così come nell’unione delle varie interpretazioni sta a chi guarda trovare il punto di connessione al di là dell’intenzione degli interpreti. Gli attori della compagnia lavorano spesso per gruppi, in separata sede, a nuclei di interpretazione che vengono poi uniti sulla base di un surrealismo in cui è possibile confondere voce narrante ed attore ed il reciproco scambio di ruoli, smascherare la finzione del simbolo-attore a favore di una comunicazione immediata.

C’è qualcosa di forte da dire che l’attore esprime al di là della sua maschera in primis come persona allo stesso livello di chi riceve il messaggio senza bisogno di barriere che creino distanze: è condivisione e arricchimento reciproco. Porre lo spettatore di fronte a se stesso è allora un modo per creare ancor più coinvolgimento e intesa tra le persone prima che tra interprete e pubblico. Lo spettacolo di questa serata in particolare interagisce perfettamente con il pubblico ed il luogo in cui è rappresentato in modo tale che risulti protagonista solo la materia tetrale (la voce e la narrazione) e lo scambio con le persone, confermando le radici ed il cammino della compagnia nell’ambito del teatro il più vicino possibile alla realtà urbana ed ai suoi luoghi di esplicazione.

di Alan Vai