Black planet | Sudate Carte Racconti I edizione

dicembre 21, 2002 in Sudate Carte da Redazione

sono me stesso.
guardo attorno, mi distraggo.
mi stacco dalla sporca realtà scarabocchiando.
è una vita senza sudore questa mia sui banchi.
leggo messaggi sui banchi di scuola. informe placida esistenza insensata.
sono intrappolato in questa vita facile, una vita di studio, esercizi, polvere e pensieri logaritmici.
vivo una vita veloce, mollemente sapida.
sono uno studente universitario.

il mio cervello affoga in un secchio di vecchia saliva, non risponde altro che allo stimolo didattico.
vivo tra i banchi di scuola, mi nutro nell’apposito bar, dopo aver acquistato l’apposito scontrino all’apposita cassa dall’apposito cassiere disinteressato.
mi nutro, ma non mangio.
ingrasso ma non cresco.
studio ma spesso non capisco.
non lavoro ancora, ma tutti sperano che un giorno fabbricherò soldi
come confetti zuccherati e li distribuirò a tutti.
sono in crisi.

-Hei, ma hai capito quel passaggio?
-MMMh…no.non sto ascoltando

mezzi sorrisi, manco fossimo tutti nel cast di Totò d’Arabia, ma molto più malinconici.
con il marcio in fondo all’anima. respiriamo malati.
devo imparare, devo assorbire. ma perché?
un mestesso che SA qualcosa in più di un mestesso che non ha in se certe nozioni sarà migliore, meglio accettato o più realizzato?
questo mi chiedo.

-Scusi, può ripetere?

sono in trincea.mi barrico con astuccio, quaderno ed aria fondamentalmente interessata.
sono altrove con la mente, laddove nessuno può braccarmi mentre corro, scappo, fuggo con la mente.
percorro tutto il cielo dal basso verso il vertice ultimo, senza un perchè, ci sono solo io.
mi disancoro e VOLO.
nessuno mi può riprendere in questa evasione voluta.
sorrisi strozzati e vecchi amori che si impolverano sfarfallano davanti ai miei occhi mentre qualcuno espone le nuove tecniche di …

non ci voglio provare a diventare come loro; loro hanno un vuoto incolmabile in fondo agli occhi, laggiù dove non arriva la scienza, dove l’imperscrutabile tenerezza dell’animo umano primeggia, facendosi beffe di ogni formula matematica, delle equazioni. loro hanno sacrificato la vita, il tempo più prezioso e luccicante alla tecnica.
io non voglio. non voglio rimpiangere questi anni e per questo schiacciare i miei studenti in una morsa.
non voglio pensare di aver buttato la mia vita in un vespasiano.
no.

non mi interessano i soldi, sono solo un mezzo per la felicità, non un fine, non mi posso mangiare la carta stampata, contemplandola non posso più vedere gli alberi da cui è stata tratta. essi non sono una cura ai miei mali dell’anima.
sono lontano. lontano da ogni soluzione facile e preconfezionataeprontaindieciminutiinpadella.

mi pongo delle domande e ho dei dubbi.molti.
mi domando se non fummo fatti per virtute e canoscenza.
e non per immiserire tra mille cavilli e percorsi del conoscere sempre più politicizzati e difficili da concepire per chi è qui per imparare, senza diventare per forza un ingranaggio della catena di produzione.

un tempo i giovani come me conoscevano un’altra vita, fatta di sforzi veri,
di sacrifici, dolori prematuri, e SUDORE autentico, quello che ti cola dalla
fronte quando è un giorno che raccogli melanzane o pomodori.
era una vita di sofferenze, ma certamente creava una spina dorsale nell’animo,
che non si piegava mai.

per quelli come me non resta che guardare in faccia la vita e sperare
che la partita volga dalla nostra, come troppo spesso accade.
gioco con i trucchi, baro. non ci sono più regole in quello che mi sembra un
gran quiz televisivo fuori dagli occhi della mia mente.
non lo concepisco più, non vedo più l’arcobaleno che mi abbagliava dall’esterno.
c’è solo un gran pilastro a sorreggere un pianeta vigliacco e putrescente.

voglio trovare un sano equilibrio, ora.
sono intrepido, voglio sfidare anche questa legge.

di Stefano Vergani