Biennale Arte 2007

settembre 11, 2007 in Medley da Stefano Mola

Padiglione russoÈ possibile raccontare la Biennale Arte? Penso sia come chiedersi se sia possibile raccontare gli sguardi sul mondo. Forse si può raccontare un’opportunità: quella di trovare in un unico luogo, già di per sé assolutamente particolare, la città di Venezia, molti sguardi sul mondo. Tra i 76 paesi che espongono a Venezia, ci sono tutti continenti. Alcune nazioni esordiscono proprio quest’anno: Azerbaijan, Libano, Messico, Repubblica di Moldova, Tajikistan.

Una collezioni di racconti sul mondo adesso: a parte qualche eccezione, gli artisti presenti sono viventi e attivi. Questo aspetto è richiamato con forza, fin dal sottotitolo: l’arte al presente. Bello il titolo: Pensa con i sensi, senti con la mente. Mi piacciono e condivido queste parole del direttore di questa edizione, Robert Storr: Le epifanie accadono, ma non durano. Come ha dimostrato James Joyce, una delle funzioni dell’arte è quella di salvaguardare l’esperienza così da poterne assaporare e studiare i numerosi aspetti. La storia dell’arte è un tessuto di epifanie intrecciato da molte mani a velocità diverse: il tempo presente dell’arte è il bordo esterno di questo work in progress. Preso in un punto qualsiasi, questo bordo può essere frastagliato e irregolare e la trama che si delinea può disturbare o risultare ardua da discernere, a rispecchiare le difficoltà della creazione artistica in tempi difficili, quali sono quelli in cui oggi viviamo. Invece di rifilare il bordo o di ritessere la trama per regolarizzarla, questa mostra si concentra su alcuni aspetti della produzione attuale scelti quali indizi della possibile natura degli schemi emergenti, senza tuttavia alcuna pretesa di offrirne una mappatura esaustiva.

La Biennale è quindi una possibilità di scoperta, ma anche di sorpresa. Le installazioni non sono soltanto all’Arsenale e ai Giardini. Ci sono gli eventi collaterali, 42, distribuiti in città. È bello muoversi tra calli e campielli, scorgere inaspettata un’insegna rossa, varcare una soglia e aprire la curiosità. È bella l’interazione tra i muri ormai senza tempo, tra gli scorci di luce e di acqua intravisti dalle finestre, e opere appena concepite, provenienti da paesi lontanissimi. Viene da pensare ai tempi lontani, a un certo segno di continuità nella vocazione di Venezia per il commercio e il contatto con terre diverse. Alla contaminazione. Gli eventi collaterali ampliano il respiro, lo rallentano, lo dislocano, lo riverberano.

Li ChenUn esempio molto bello di questa vibrazione, di questa risonanza tra la città e le opere esposte è Energy of Emptiness, di Li Chen (Telecom Italia Future Centre, Campo San Salvador). Sono statue rotonde, bianche e nere, che richiamano le tradizionali sculture buddiste. È bella la loro rotondità avvolgente, sembrano mondi. Ciò che mi ha colpito è il riflettersi sulla loro superficie delle architetture del chiostro, il loro inserimento all’interno di un arco, l’allineamento in una prospettiva. Non stavano semplicemente lì, ma pensavano e parlavano con un ambiente che non era stato costruito per quello scopo. Mi pareva che riuscissero in qualche modo a farlo proprio e a restituircelo in modo diverso. E anche a dare forma alla quiete, al pensiero, alla meditazione di cui quei muri sono stati impregnati nel corso del tempo.

Penso che il modo migliore di visitare la Biennale sia andare alla ricerca delle risonanze tra il proprio sguardo e le opere esposte. Vedere tutto, nei limiti del possibile. Io mi posso limitare a dare a elencare cosa ha colpito maggiormente me, senza alcuna pretesa di stabilire delle graduatorie di merito. Per esempio l’installazione Prenez soin de vous, di Sophie Calle (padiglione francese ai Giardini). L’artista riceve una lettera con cui un amante tronca la relazione che ha con lei. La Calle invia la lettera a 107 donne, chiedendo una risposta, un punto di vista. Ne viene fuori un funambolico gioco alla Quenau, con le foto delle donne, le loro risposte. C’è anche un’esilarante lettura fatta da Luciana Littizzetto. Poi Weapons, di Yin Xiuzan. Enormi freccette colorate appese in un capannone da industria pesante. Belle, uno pensa, subito. Poi arriva il secondo pensiero. Il titolo. Armi. In questo accostamento sta un significato profondo (le armi colorate restano pur sempre armi) porto con leggerezza. Oppure le sculture ironiche e provocatorie di Leon Ferrari. Le opere rigorose, semplici e pregnanti di Felix Fernando Torres, nel padiglione americano. Le colorate installazione del padiglione russo. Ma questi non sono che suggerimenti di uno sguardo parziale. Accendete il vostro, e raccontate.

Seguendo questo link potete trovare alcune foto scattate alla Biennale 2007.

di Stefano Mola