Bello et iocundo et…

ottobre 9, 2006 in il Traspiratore da Redazione

Chi mai, oggi, parlerebbe più di “fuoco d’amore” e di “cuore che arde” per il troppo amore? Forse ne rimane qualche reminiscenza solo nelle canzoni. Eppure erano le metafore preferita nel Medioevo per parlare di passioni: l’amore per una donna, l’amore per Dio, il gioco parodico e irriverente di chi voleva dissacrare ciò che era idealizzato, come nel goliardico “S’i’ fosse fuoco arderei ‘l mondo” di Cecco Angiolieri.

Primo esempio che mi torna in mente è quello della fin’amor dei trovatori provenzali. Immersi nell’aura mitica della corte, ognuno con il suo cantore che ha dato corpo al giullare con i campanellini, per gli studiosi un falso storico, ci parlano di “amore sopraffino” che può raffinare, innalzare, purificare l’animo grazie ad una tensione interiore perpetuamente inappagata. L’animo reso gentile diventa degno della donna amata. Penso ad uno dei più grandi trovatori provenzali, Arnaut Daniel: «Di Roma non vorrei tener l’impero… se non potessi tornare a colei per cui il cuore m’arde e mi si spezza». Sono le iperboli usate a rendere, poeticamente, un amore incommensurabile.

Citazioni della “fin’amor” provenzale si avranno in Dante, XXVI canto del Purgatorio, quando Arnaut viene presentato come “miglior fabbro del parlar materno”, con un’altra preziosa allusione al fuoco, che, metaforicamente, forgia sia sentimenti forti e profondi come l’amore, sia le parole vere che da esso nascono, nella letteratura d’ogni tempo. E Arnaut, dopo aver parlato a Dante, «s’ascose nel foco che li affina», ma questa volta il fuoco in cui l’uomo si rifugia è il fuoco del Purgatorio, un fuoco purificatore che raffina l’animo, in quanto permette di avvicinarsi a Dio.

Ben diverso è il fuoco di Caronte, traghettatore delle anime nelle acque infernali, che «intorno a li occhi avea di fiamme rote». L’Inferno «dove piovean di foco dilatate falde» (canto XIV) porta in sé tutto il denso ricordo biblico della fine di Sodoma e Gomorra, distrutte dalle fiamme.

Queste descrizioni si scolpiscono “a fuoco” nella memoria, proprio perché vividamente iconiche; esse suscitano immagini. È anche questa scrittura per immagini, per metafore a rendere Dante eterno maestro per qualsiasi poeta che voglia scrivere, oggi, in qualsiasi lingua, come ricorda T.S. Eliot.

Almeno una volta, ognuno di noi ha cantato o danzato attorno al fuoco; incantano le fiamme che corrono verso l’alto e si inseguono. Quello che si crea intorno al fuoco, in una serata estiva in montagna, con la compagnia delle stelle, è un’armonia unica ed irriproducibile; l’euforia del fuoco ci permette risate e racconti di noi stessi meno inibiti. Come non pensare ai versi di S. Francesco d’Assisi, per il quale il fuoco è «bello et iocundo et robustoso et forte». Esattamente le caratteristiche di chi ama!

Il fuoco fa pensare alle grandi personalità di questo mondo che con la loro vita, con il loro amore quotidiano, aiutano e costruiscono. Mi fa pensare anche alla forza di volontà di persone semplici che si risollevano quando la vita le ha “scottate”; al calore dei ricordi e di chi sa evocarli senza averne rimpianto; a sentimenti che sanno sciogliersi in lacrime di gioia e di dolore, nonostante il cinismo tenti di indurirci; ad una torta appena sfornata che ci ricordi ogni giorno com’è bello festeggiarci a vicenda.

Mi fa pensare al buon coraggio di chi dice parole d’amore e a chi le scrive senza necessariamente essere uno scrittore, magari attraverso antiche metafore, senza paure di semplici rime “amore-cuore”, le più eterne e dense di significato… mi fa pensare a quanta semplicità dovremo ritrovare per perdere ogni ritrosia e scioglierci in una calda parola d’amore.

Il Traspiratore – Numero 58

di C. Inglese