Arriva a Torino “La fine è il mio inizio” dedicato a Terzani

febbraio 25, 2008 in Spettacoli da Redazione

Il caro vecchio problema di come portare in scena un libro si ripresenta. Ma ce n’era proprio bisogno?

Tiziano Terzani Lo spettacolo “La fine è il mio inizio” è tratto dal libro omonimo e postumo del 2006. Una sorta di “io mi ricordo” nel quale Tiziano Terzani dialoga con il figlio Folco e si racconta attraverso un lungo viaggio di parole. Dopo aver vissuto e percorso mezzo mondo, Terzani, nel sereno riposo di Orsigna, ripercorre le sue emozioni, le ridescrive, facendo il reporter anche di se stesso. All’immobilità del corpo, abbattuto su una sedia in vimini nel giardino, fa da controcanto una mente che sa ancora spostarsi verso i confini del mondo.

Il testo originale è stato ovviamente ridotto fino a quasi un decimo della sua estensione, altrimenti impossibile per la rappresentazione teatrale, e resta in ogni caso fedele allo spirito di chi lo ha ispirato.

Tuttavia, quanto possa pericolosa la trasposizione di un libro all’interno di un palco è una vecchia querelle che non finirà mai. Alle volte riesce, alle volte no, perché per quanto possano sembrare affini il linguaggio narrativo e quello teatrale in realtà coinvolgono strutture completamente diverse. E se un testo non è nato per essere rappresentato, è dura la vita di un regista. Chi privilegia il testo di partenza, spesso fa pensare: “Ma allora non era meglio comprarsi il libro, o rileggerselo?”, e chi favorisce il codice teatrale ottiene alla fine di oscurare un possibile capolavoro.

Quello che si auspica di solito in casi simili è l’armonia fra le due arti, con una scaltra valorizzazione di elementi che non possono essere presenti in un libro. Detto questo, a parere di chi scrive, l’armonia in “La fine è il mio inizio” non c’è, ed ecco perciò pauca non bona dicta, come direbbe Catullo.

I dialoghi sono costruiti in modo da sembrare inattesi, senza schema, più legati al guizzo istintivo che ad una struttura. Dovrebbero dare l’impressione di eterna improvvisazione, non tanto dell’attore attuale, ma del Terzani di allora. Invece i raccordi fra le parti non riescono quasi mai ad essere spontanee, forse anche per il mancato equilibrio fra padre e figlio. Maranzana/Terzani è troppo presente sul palco, eternamente in centro se non per poche digressioni, e offusca il figlio Folco, talmente ai bordi da assomigliare ad una voce fuori campo. Sì, è vero, spesso si sposta, si siede, si sdraia, aiuta il padre ad alzarsi, ma i suoi spunti interrogativi lo fanno apparire come uno che non ha capito niente. Eppure dovrebbe aver vissuto con il padre ben più di quanto non abbiano fatto i lettori di Terzani. E tanto valeva trasformarlo in un monologo puro. L’impressione che si ha è che la regia desiderasse far diventare anche il pubblico figlio del grande giornalista, magari attraverso un principio di empatia con Folco. Proposta di cui non facilmente si possono apprezzare i presupposti.

I suoni invece sono “in scena”, con il musicista/rumorista ben visibile, che con i suoi movimenti fa già prevedere il prossimo momento di pathos. Quando non ha niente da fare è seduto (e si vede), e quando deve suonare si alza (e si vede). No buono. Musica in scena, attore fuori campo, c’è da chiedersi se fossero veramente queste le intenzioni iniziali e volute. Il palco inoltre è usato con vera parsimonia, se non per la bella idea di far giungere i protagonisti proprio sull’orlo della scena, quasi fosse un abisso insondabile. Rischioso, ma bello.

Sorprende comunque la scenografia, nuda in sostanza, a palco scoperto tanto da vedere gli idranti antincendio e le scale sul fondo. Interessante anche l’utilizzo di un telone morbido come di uno schermo (appaiono foto contestuali, primi piani in tempo reale di Maranzana, filmati, una volta persino inquadra il pubblico, fino all’abbassamento finale che coincide con la morte di Terzani). Se il proposito era quello di mostrare un approfondimento “giornalistico” della figura di Terzani, in cui per la prima volta il giornalista non è lui, è la scenografia a sottolinearla e non il resto.

C’è da dire, in ogni caso, che Mario Maranzana è veramente in parte. Attraverso un accorto studio del personaggio, è riuscito a sintetizzare molto bene l’ultimo Terzani che tutti conoscono. Mimica, impostazione, fonetica convergono per restituire vita allo scrittore scomparso. Impeccabile in ogni dettaglio. Chiunque abbia ammirato e seguito Terzani non può non emozionarsi di fronte ad un’interpretazione così riuscita.

Peccato che il resto non sia così curato.

Ultima nota di queste pauca dicta. Spesso e volentieri ci si trova di fronte a quello che Almansi nell’Estetica dell’osceno definisce “uso gastronomico del testo”, un utilizzo ruffiano delle componenti narrative, tanto da arrivare (per il lettore) “alla comprensione del testo in bicicletta, troppo presto” e così “subire il testo”.

Una delle risultanti più evidenti di questo atteggiamento è l’imperante e diffusa tendenza di proporre ogni notizia, ogni contenuto, ogni spettacolo come fortemente emozionante.

Lo show deve emozionare, il film deve emozionare, il libro deve emozionare e la sua recensione pure. Ora, “La fine è il mio inizio” gioca moltissimo sul sistema di valori patemico, contaminando tutto di sentimento, anche là dove non dovrebbe esserci. Ma basta, non se ne può più di tutta questa emotività.

E allora vi dico la mia.

Personalmente convinto che l’emozione non sia mai pura se rappresentata, ma che sia sempre una costruzione sintattica di quella grammatica che è il Teatro, diffido per istinto di chi vuole presentare come momento emozionante l’emozione in quanto tale.

E l’intelligenza non è solo un fatto linguistico, polemico o di originalità (ma guarda come parla bene, ma guarda come dibatte bene, e come dice cose che nessuno ha detto!), in sintonia con i canoni di tanta televisione. Se si vuole rappresentare l’intelligenza, non basta mettere lì un uomo intelligente, ma bisogna proporre un congegno teatrale che lo spettatore ammiri proprio per la sua intelligenza. Altrimenti nessuno si fida. Difficile? Chiaro che lo è, altrimenti tutti farebbero spettacoli meravigliosi.

Va bene, facciamo così. Il personaggio Terzani propone la sua eroicità dicendo: “Il giornalista obbiettivo non vede nulla. Io non sono obbiettivo, io sto dalla parte dei dissidenti!”. Dice questo?

Perfetto, anch’io sono un dissidente e dissento da una struttura di questo tipo. Di tipo esclusivamente emozionale.

Sono un eroe?

Tiziano Terzani. La fine è il mio inizio

Interpretato da Mario Maranzana

Regia di Lamberto Suggelli

Costumi: Luisa Spinatelli

Musiche: Filippo Del Corno

Dal 19 febbraio al 2 marzo

dal martedì al sabato ore 21,

domenica ore 16

Teatro Erba (Torino, c. Moncalieri 241).

Informazioni e prenotazioni: Biglietterie Torino Spettacoli

TEATRO ERBA, c. Moncalieri 241 – tel 011/6615447

di Davide Greco