Al Lingotto il museo di qualunque cosa

agosto 18, 2010 in Arte da Redazione

Harald StoffersI giorni prima di una mostra, nella echeggianti ed eleganti sale dei grandi musei, è tutto un formicolare di operai e cassoni. La logistica, quella di un deposito di periferia, di un mercato generale ortofrutticolo, o semplicemente del vostro più recente trasloco, è tutta lì. Certo, tra un operaio e l’altro, vedrete aggirarsi curiosi personaggi in cravatta a braccia incrociate dietro la schiena, i vari direttori e commissari di esposizione; ma per il resto, il folclore di un barnum in arrivo o in partenza sarà presente in toto: vociare, grida, avvertimenti, pesi da sollevare, sudore di fronte e olio di gomito, attrezzi appoggiati a terra in disordine causale, casse di legno rinforzate, polistirolo espanso abbandonato, polvere…. Poi, come per in canto, la mostra apre, e tutte le opere d’arte si ritrovano al loro posto, ordinate e pie, oggetti inarrivabili che solo per loro cortesia accettano di trovarsi poggiate su immacolati muri chiari e sgombri.

Non così è per la mostra visibile alla Pinacoteca Agnelli, aperta al pubblico fino al 29 agosto. Qui è l’accumulazione, il rigurgitare di oggetti, la poliedria ed il disordine che la fanno da padroni. Gli operai sembrano aver dimenticato i cassoni d’imballaggio con cui le opere sono arrivate, altri sembra abbiamo sbagliato la collocazione dove allestire una piccola cappella lignea del profondo Minnesota e l’abbiamo calata al piano basso del luogo espositivo. Le scritte ed i fogli di carta sono appiccicati un po’ ovunque; il percorso di visita che sembra a tratti ben indicato, ci fa perdere, tanto che le sale sembrano molte di più di quelle che in realtà sono (già di per sé numerose).

L’effetto scenico è ovviamente voluto, e poteva essere applicato a ben pochi tipi di esposizioni, certamente a questa. Lasciati da parte gli autori inarrivabili dell’ultimo secolo, da Picasso a Warhol e Haring, quelli che ormai si sono saputi affermare ed ospitare dai musei di mezzo mondo, come Christo, Kounellis, Bourgeoise o LeWitt, la mostra è incentrata su artisti ben minori e chela ribalta l’hanno appena sfiorata, spesso sconosciuti ad una buona parte degli stessi collezionisti d’arte contemporanea.

Arte…. in questa mostra siamo veramente al confine tra l’arte, il gusto soggettivo e “altro”…. Diversi dei più grandi autori d’arte hanno incontrato la malattia, a volte psichica, nel corso della loro vita. Era questa in alcuni casi a scatenare la loro inventiva artistica, e a farne dei visionari. Ognuno affetto dalla sua patologia: Munch schizoide, Goya affetto da encefalopatia; l’autodistruzione affligge Pollock, la depressione logora De Chirico e pure l’inarrivabile Michelangelo; senza parlare di Van Gogh, celeberrimo caso di artista malato, probabilmente epilettico.

Al “Museum of Everything” ci troviamo davanti all’espressione artistica di persone che non erano per nulla destinate al mondo dell’arte, ma tutte estremamente creative a loro modo. Avvicinandosi ai foglietti che riportano le biografie, sospesi nell’atrio centrale della mostra, di fianco al bell’ascensore in vetro che permette di solcare i vari livelli, si capisce molto del legame che esiste tra malattia ed arte, quanto sia confuso il limite tra genio e follia, e quanto ormai sia cangiante il significato del “bello”.

The Museum of Everything non è solo questo, ma colpisce vedere opere definite “d’arte” realizzate da autisti, sordi, cechi, internati psichiatrici e quant’altro. E quando si tratta di “persone normalmente abili”, per parafrasare la definizione che va tanto di moda, ci troviamo davanti a cuochi (Hiroyuki Doi), pastori protestanti (Benjamin Franklin Perkins, Willima Blayney), custodi (Henry Darger), dipendenti pubblici (Nek Chand), contadini (Ilija Basicevic Bosilj)….. pochi sono i laureati delle belle arti, nessuno vive esclusivamente delle sue opere. Eppure questi self-taught men, cresciuti fuori dall’arte più che nella Outersider Art, sono molto vicini alla scena ufficiale, i loro lavori poco hanno di diverso da quelli dei maestri. Tanto che alcuni importanti artisti delle sette arti hanno scritto alcune righe per introdurre le opere della mostra, e presentare così al visitatore gli autori presenti, sconosciuti a noi ma che hanno ispirato loro (Nick Cave, Maurizio Cattelan, Peter Blake, John Baldessari, David Byrne).

L’idea del Museum of Everything è di un imprenditore inglese, James Brett, che porta il suo florilegio di più di 50 artisti per la prima volta in Italia. Così racconta la nascita del progetto: “Ho letto un articolo su un mio omonimo di circa 85 anni – William Brett – che vive sull’Isola di Wight […] William ha trascorso tutta la sua vita raccogliendo cose, frammenti e pezzetti di oggetti provenienti dall’isola, dal suo paese, e dalla sua vita: vecchi libri di scuola, assi del gabinetto, pacchetti di sigarette e bottiglie di latte, uniformi dei soldati della prima guerra mondiale[…] Quando lessi l’articolo e vidi una fotografia di questo vecchio signore in un’enorme sala stipata all’inverosimile di oggetti con in mano un poster del 1940 raffigurante il mare, ho pensato che fosse la cosa più bizzarra e sorprendente che avessi mai visto e ne rimasi affascinato.”

Se per apprezzare l’arte contemporanea bisogna essere di spirito aperto, in presenza del Museum of Everything ci troviamo difronte all’apoteosi. Non si può che apprezzare tanto gli artisti, dalla vita estremamente complessa, sfaccettata e spesso costellata di sofferenza, quanto l’ideatore, James Brett, che riesce a dare spazio e riconoscimento, sovente postumo, a tali personaggi che hanno saputo evolvere al di fuori dei circuiti ufficiali e quindi restare meno contaminati dalle mode imperanti. Resta poi da vedere se si riesce ad innamorarsi delle opere. Ponetevi la domanda: sareste disposti a spendere dei soldi e poi esporre nel vostro salotto le bambole di Morton Bartlett, le armi disegnate da Alekxander Lobanov, le a volte lugubri stampe di George Wiedener? Personalmente io potrei giusto esporre un minimalista Doi – opere realizzate a stilo su carta – e magari una o due opere di Judith Scott – sculture in lana molto colorate. Ma questa mostra è geniale anche perché permette di fare un passo in più, proprio partendo dalla prima domanda: qual è la differenza tra uno di questi artisti ed i blasonati e milionari, come Hoerl, Mc Quinn, Young, Beecroft, Sarkozy padre? chi o cosa fa il successo o l’insuccesso, l’in e l’out di un opera? il genio, la rete sociale che l’artista è capace di tessere attorno a sé o il mercato?

The Museum of Everything

Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli

Via Nizza 230 (sul tetto del Lingotto)

dal 1° aprile al 29 agosto 2010

da martedì a domanica, dalle 10 alle 19

di Diego DID Cirio