“Noi non ci saremo” e furono C.S.I.

febbraio 21, 2001 in Musica da Gino Steiner Strippoli

“Noi non ci saremo”, dicono quelli dei C.S.I., la più grande band che il rock degli ultimi vent’anni abbia avuto in Italia, attraverso un passante chiamato CCCP. Come non dimenticare le liriche insinuanti ed evocative di “In quiete” oppure l’enigma esistenziale di “Linea Gotica”, passando per un elettrizzante “Ko de Mondo”, per arrivare a quella “Tabula Rasa Elettrificata”, loro ultimo lavoro da studio, che li ha consacrati anche nelle hit parade italiane ai primi posti.

Poi arrivarono circa due anni di pausa prima di ripresentarsi in pubblico per una lunga tournée, lo scorso anno, dove la band apparì sul palco vestendo una maglietta con la scritta “ex C.S.I.”! Intanto sul palco non c’era più l’estro chitarristico di Massimo Zamboni. Il tutto portava il presagio di un addio dei C.S.I., forse più che un addio la fine di un progetto iniziato tutti insieme e che non poteva continuare dopo la fuoriuscita di un qualsiasi elemento, che in questo caso è stato Zamboni.

Oggi intanto esce “Noi non ci saremo”, (Mercury-Black Out/Universal ) (vol. 1&2), sicuramente l’ultimo album dei C.S.I., contenente canzoni mai pubblicate, rarità, colonne sonore, registrazioni dal vivo, tutte selezionate dagli stessi artisti e prodotto da Gianni Maroccolo. Ed allora si potrà ascoltare “Il gorgo”, un inedito, un racconto di Beppe Fenoglio letto da Giovanni Lindo Ferretti su musiche della band, oppure la bellissima “Noi non ci saremo” in versione rimasterizzata, tratta dal “Tributo ad Augusto”. E che dire di “Tutti giù per terra”, colonna sonora dell’omonimo film, in remix, rockeggiante, da brivido quasi inquietante.

Ah dimenticavo! In contemporanea con questo nuovo album è uscito un singolo che porta lo stesso titolo, ma che contiene tre inediti rispetto all’antologia: “Inquieto”, “Memorie di una testa tagliata” e “Annarella”. Di questi tre, “Inquieto” rappresenta la bellezza e l’anima assoluta dei C.S.I., canzone stupenda che vibra in una versione live davvero ineguagliabile, dove le voci di Ferretti e Di Marco s’intersecano in un’eleganza musicale che racchiude tanta delicatezza.

Certo è che questi ultimi lavori discografici sono talmente perfetti da essere un addio (o forse un arrivederci) piacevole! Si è chiuso un ciclo e lo si capisce dalle dichiarazioni di Maroccolo: “Il disco è una raccolta di episodi a noi cari. Momenti importanti ed essenziali, a volte estemporanei, semplici canzoni, musica, parole dei CSI… un gruppo che suona musica moderna”. C’è molto poco da aggiungere: “Noi non ci saremo”. E’ un addio già annunciato durante la tournée estiva dello scorso anno e che traspare attraverso l’intervista all’amico “Lindo”, oltre che un musicista, un uomo dalla sensibilità elevata.

Dopo una pausa di due anni, siete tornati, però si dice che questa seconda tappa, dopo i CCCP e i CSI, sia arrivata allo stop. Forse solo come CSI, musicalmente continuerete ad esistere magari con un altro nome!

“Si è vero, come CSI abbiamo fatto una lunga pausa. Io credo che tutte le storie che abbiano una dimensione pubblica, se sono significative, abbiano una loro dimensione temporale, cioè non possono essere tirate più di tanto, perché bene che vada si entra nella “maniera” e ringraziando Dio i CSI hanno ottimi musicisti e hanno anche qualcuno che non è molto musicista, quello sono io, e questo in qualche modo credo che sia una valvola che impedisce di cadere nella “maniera”. In quest’occasione particolare, il motivo è anche molto grande, perché è la rottura del sodalizio che c’è stato in questi 20 anni tra me e Massimo Zamboni, ma è anche una rottura che è avvenuta tra Massimo e i CSI, quindi c’è un motivo in più.

Anche se fosse rimasto Massimo, credo che avremmo dovuto trovare qualche altro percorso praticabile. Certo, con l’addio di Massimo questo diventa inevitabile perché non è facile sostituire quello che lui faceva e non ci è mai passato per la testa di sostituirlo”.

Perché?

“Anche semplicemente per il fatto che non c’è più una persona che ha significato molto per questa storia, come per me per la storia precedente ai CSI. Questo non mi dà la dignità di pensare che si possa continuare allo stesso modo. Comunque avremmo dovuto cambiare, mancando Massimo bisogna cambiare il nome perché quella che dovrà partire sarà un’altra strada”.

Oggi come ricordi i CSI e i CCCP, i tuoi esordi?

“Quando penso ai CSI, li penso con tenerezza, una grande tenerezza però! Io non avevo mai pensato di fare il musicista, non avevo mai pensato di ritrovarmi sul palco, ci sono arrivato per questioni strettamente personali e quasi extramusicali, insomma ad un certo punto mi si è offerta questa possibilità di fare il cantante. Vedo questi vent’anni della mia storia come un unicum, non sono in grado di valutare l’importanza di questa storia però so perfettamente che se non ci fosse il pubblico voglioso di ascoltare questa storia io avrei smesso moltissimo tempo fa. Io credo di continuare a stare sul palco perché c’è un pubblico che stimo e che mi piace molto”.

Ma con i CCCP…

“E’ una storia cominciata esattamente al contrario di questo, ad esempio noi all’inizio di ogni concerto cominciavamo sbarrando l’accesso tra noi e il pubblico con il filo spinato. Era una soluzione che avevamo trovato al nostro disagio esistenziale e per noi il pubblico era la cosa più indifferente del mondo, poteva non esserci nessuno ed era la stessa cosa! Adesso so benissimo che non è così, ma allora non avendo l’ambizione di fare il cantante in realtà io mi trovavo costretto da me stesso a farlo!”

Adesso ai vostri concerti c’è come un filo diretto che vi unisce al pubblico!

“Sai, per me cantare vuol dire cantare sul palco dei CSI, cioè a determinate condizioni. E’ anche stata una formula terapeutica per salvare la mia vita perché ho sempre avuto dei grossi problemi di sopravvivenza. In qualche modo la musica per me è stata sempre un dono dal cielo e una terapia funzionale, la musica mi ha sempre rimesso in piedi quando io stavo morendo. Una così lunga storia, come quella dei CCCP-CSI, ha dimostrato senza ombra di dubbio al nostro pubblico l’onestà profonda che lega quel palco e quel pubblico.

Torniamo per un attimo ai CSI: Danza, Mantra, Cobi, è una triade religiosa bellissima. Voi siete riusciti a trasmettere preghiere più dei preti!

“Io ho una polemica aperta con il pensiero religioso moderno, che secondo me è blasfemo per tutto ciò che riguarda la componente musicale. Poi se la menano che il rock è luciferiano perché ci sono un sacco di…. Il vero abominio, dal punto di vista religioso, è che questa nuova liturgia sembra una Sanremo di serie B. Voglio dire: che sia rispetto alle parole, che sia rispetto alla musica, ci deve essere un vero sforzo! Anche a me, in tutta onesta, e non è vana gloria, pare che sia molto più religioso il palco dei CSI che non le canzoni che cantano nelle chiese moderne, perché, tolto il Gregoriano, credo che la musica religiosa moderna si trovi di più sulle strade o sui palchi che non nei luoghi deputati alla musica religiosa!

Piuttosto, è già iniziato il dopo CSI, siamo già nel futuro?

“Sì e no, nel senso che quello che è evidente è che il passato non c’è più. C’è poi anche questo ossessivo ripetere “Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è” che è una delle canzoni che io amo di più. In proposito io ho dovuto scontare un dolore molto forte già in passato quando ci lasciarono Antonella e Emilio, perché non volevo che questa canzone fosse intesa con nessuna arroganza possibile nei loro confronti.

Adesso la cosa si è ripresentata con la dipartita di Massimo, in realtà quello a cui io dò peso è “chi è stato è stato e chi è stato non è”, che siamo noi, perché lui non
c’è, ma noi non siamo quello che siamo stati, siamo un’altra cosa, non è più il passato, non è il futuro, è l’imprescindibile presente che ci prepara al futuro. Se muoriamo stanotte il futuro è già finito lì, per cui il presente è tutto quello che c’è in realtà. Io penso che i CSI rispetto al futuro debbano fare uno sforzo per aprire una dimensione musicale ulteriore, com’è stato fatto dai CCCP ai CSI”.

di Gino Steiner Strippoli